Merda (First day of school)
Dopo essersi reso conto di dove si trovava, si volse lentamente verso la seconda finestra sulla destra, quella da cui si riusciva a vedere, un po' nascosta dalla nebbia persistente e dal fumo dello smog, una delle due macchine che aveva visto mentre lo portavano lì. L'esposizione ai raggi ultravioletti avrebbe dovuto essere un po' più leggera, in effetti, ma niente al mondo aveva potuto trattenerlo da sperimentare certe sue idee e così, ecco, non era riuscito a fermare la mano nel momento in cui avrebbe dovuto, il laser si era spostato di qualche millimetro di troppo verso l'alto e non aveva potuto più opporre alcuna resistenza. L'acqua era scivolata giù, lentamente, come un ghiacciaio dalle montagne, e aveva cominciato a raccogliersi ai suoi piedi, finché non si era trovato con gli stivali immersi in una pozzanghera alta un paio di centimetri, e a quel punto era partito il flash, all'improvviso la stanza era illuminata come una giornata invernale senza una nuvola, e dall'interno della sua testa aveva sentito il sopraggiungere delle ben note voci, prima lievi e sfocate, tanto che non si riuscivano a distinguere l'una dall'altra e a percepire il significato dei loro discorsi, poi sempre più forti, assumendo una varietà di toni che non mancava mai di sorprenderlo, alti, bassi, come non avrebbe mai potuto sentirne nella vita reale, alcune potenti come il rombo dei tuoni, altre tenui come il sibilo del vento tra le foglie di un albero in autunno, finché non c'erano soltanto loro, solo loro, ogni cosa si perdeva tra la luce assoluta, pura e quell'enorme sinfonia di voci, come se tutto si fosse espresso in un caos delicato e terribile, leggero e inarrestabile, una fonte d'energia senza inizio nè fine, un solo enorme canto che trascendeva le più remote profondità degli universi e saliva inarrestabile fino al supremo bagliore di Dio. Poi tutto, lentamente, cominciava a scendere, si avvertiva una pulsazione anomala nella luce, dapprima come un leggero affievolirsi e poi riprendersi, poi qualcosa di sempre più simile al battito aritmico di un cuore malato finché, sempre più rapidamente, la luce si spegneva e le voci se ne andavano, così come erano venute. Ancora una volta, c'era l'oscurità, totale, e si percepiva un vago odore di zolfo nell'aria, come quello che si può sentire camminando su un terreno di origine vulcanica. La stanza era sempre la stessa di sempre, piccola, quasi angusta, con le sue sei finestre pressurizzate sempre sbarrate per evitare l’entrata del più piccolo raggio di luce. Poi si era accesa una torcia, gli avevano illuminato il volto e gli avevano parlato, a lungo e senza pause, guardandolo a volte negli occhi, a volte girandosi dall’altra parte, ma senza mai allontanarsi più di tanto. Gli avevano detto cose profonde, ricche di significato, gli avevano svelato il segreto della vita, della morte e lo avevano reso più grande di loro, lo avevano trasformato in un Dio potente e tuttavia fragile, avevano creato un essere superiore ma schiavo del suo stesso Potere. Lo avevano lasciato solo, rinchiuso in quella cella fredda, immerso sempre di più in un’acqua gelida e mossa da un vento impercettibile, a porsi domande di cui conosceva già la risposta, a creare teorie che aveva già confutato, ad essere quello che non avrebbe mai potuto essere prima, ma che non era nemmeno ora. E ad un tratto, in un’ora imprecisata, avevano acceso di nuovo la luce, e lui si era trovato in un Cielo senza fine, dove lo sguardo poteva vagare per milioni di chilometri senza vedere nient’altro che un blu supremo, come se nient’altro esistesse se non quel blu, da cui tutto fosse stato desunto e a cui tutto sarebbe dovuto tornare, prima o poi. E lui era quel blu, era lui la fonte, l’origine di tutte le cose. E ne era anche la morte, con tutti i modi con cui essa poteva arrivare. E questa volta non c’erano voci, non come prima, perché era lui a cantare, e il suo canto sorpassava di infiniti livelli quello che l’aveva preceduto, il suo canto era qualcosa di talmente impareggiabile che niente avrebbe potuto sentirlo rimanendo uguale a ciò che era prima, niente avrebbe potuto resistere a quella potenza immane, come il mare trascina inesorabile i granelli di sabbia, come un uragano trascina con se le foglie. E, ancora una volta, tutto si era spento. Tutto, tutto era finito nel nulla. Ed ora si trovava là, le finestre si erano aperte una ad una e avevano lasciato entrare nella stanza quella luce polverosa e stanca, del giorno che stava finendo in un mare di nebbia che non lasciava vedere oltre qualche metro. Poco alla volta aveva cominciato a scorgere le macchine familiari, i contorni metallici avevano cominciato a delinearsi nell’oscurità finché non erano apparsi totalmente, come giganti, i pali per la tensione elettromagnetica, i computer quantistici, gli emettitori laser e i condensatori di atomi. Si era girato, lentamente, e aveva sbirciato dalle finestre. Si, proprio lì vedeva la Bentley nera sulla quale era salito, due settimane prima, per andare in quella stanza. La moglie, come ogni volta che partiva per qualche esperimento, aveva versato qualche lacrima e gli aveva detto che lo amava, lo amava più di qualunque altra cosa al mondo, e che se non fosse tornato lei ne sarebbe morta di dolore, e che avrebbe dovuto smettere di fare quel lavoro. Le aveva dato un bacio breve, frettoloso, prima di aprire la portiera posteriore della lunga macchina, ed entrare in un abitacolo estremamente elegante e spazioso, nel quale aveva cominciato a leggere una prima serie di dati sull’esperimento in corso e una relazione degli altri membri costruttori del Progetto sui possibili rischi impliciti del sottoporsi ad una tale prova. Non erano niente di veramente grave e in ogni caso niente avrebbe potuto impedirgli di partecipare all’esperimento. Così dopo tre ore di viaggio era arrivato, il centro era immerso in una campagna verdeggiante, con pochi alberi di melo sparsi qua e là, e alcune fattorie assolutamente fittizie per mascherare la segretezza del luogo. Era una struttura non molto grande, ad un solo piano, in tutto e per tutto simile ad un granaio come se ne trovavano molti in giro da quelle parti, se non per una sporgenza dalla parete destra, nella quale si aprivano sei finestre. Lì si trovavano i computer destinati alle ultime operazioni di aggiustamento e a quelle di post-esperimento, mentre gran parte del centro era destinata ad occupare una nuova delizia tecnologica, un reattore nucleare a fusione fredda controllata che riusciva ad erogare una quantità di energia sufficiente per riscaldare le case di tutta l’Europa occidentale. Il centro era vuoto, aveva visto gli autisti uscire dalle due macchine dopo averle parcheggiate nel piccolo spiazzo affianco alla sporgenza dell’edificio, ed avviarsi tranquillamente verso una delle fattorie più vicine. Dopo un po’ era sceso ed era entrato nell’edifico, era passato da un computer all’altro per verificare i dati sul processo di fusione e su quello di condensamento, era entrato nella seconda stanza, aveva sbarrato la porta, sistemati i laser, spento le luci e dato il via. Ora si chiedeva se in verità fosse stato lui a dare il via, dato che non ricordava più bene qual’era stato il procedimento per iniziare l’esperimento né credeva di aver avuto l’autorizzazione per farlo. In ogni caso, quello che doveva essere fatto era stato fatto e ora non sapeva più con precisione cosa fare. L’acqua, che intanto stava diventando sporca per via delle scorie prodotte dal processo di condensazione, gli arrivava ormai alle ginocchia, e nonostante il pantalone impermeabile che portava aveva cominciato ad essere un fastidio. Ora sapeva di non avere il permesso di aprire la porta, l’ambiente avrebbe potuto essere contaminato, ma del resto non aveva istruzioni su come comportarsi dopo l’esperimento. Si guardò ancora una volta attorno, come per imprimersi meglio nella memoria ogni più minuto particolare di quell’ambiente che aveva cominciato ad essere soffocante. Lo schermo del computer principale prese a lampeggiare, segnalando che il campo elettromagnetico si era definitivamente spento e che ora avrebbe avuto inizio il raffreddamento del condensatore, fino a quando nella stanza non si sarebbe spento ogni motore e tutto sarebbe rimasto totalmente immobile. Allora forse sarebbe potuto uscire, si disse, del resto stava già cominciando ad avvertire la stanchezza provocata da quei tredici giorni trascorsi senza mangiare né bere, e sentiva di aver bisogno di un po’ di sonno naturale, se non altro per riprendersi e potersi dedicare all’analisi dell’incredibile quantità di dati che doveva aver prodotto l’esperimento. Aspettando che si spegnesse l’ultimo computer, si distese sul lettino di osservazione e iniziò a riflettere su tutto ciò che gli aveva permesso di arrivare fin lì, di essere il primo degli ingegneri quantistici della sua nazione, di comprendere fin quasi i più intimi segreti della natura delle cose. Si, aveva fatto molta strada da quando era uscito dalla scuola superiore come uno dei tanti diplomati con 100 e lode, appartenente ad una sorta di elite inesistente e della quale la maggior parte dei membri si trovava disoccupata e senza un futuro davanti a sé. Lui invece ce l’aveva fatta, non era stata poi nemmeno così dura come gliel’avevano fatta sembrare, e alla fine eccolo lì, a stretto contatto con la tecnologia più avanzata mai prodotta dal genere umano, a chiedersi cosa stessero aspettando a venirlo a prendere. L’aria ormai era veramente satura, e come se non bastasse l’acqua continuava a sgocciolare e a riempire il pavimento. Tra poco sarebbe arrivata all’altezza dei condensatori, a quasi un metro di altezza, e il fumo che avrebbero prodotto avrebbe reso quasi irrespirabile l’aria, finché non si sarebbero accesi i depuratori. Nello svolgersi distaccato dei suoi pensieri, nonostante si fosse imposto di aspettare l’arrivo dei colleghi, chiuse gli occhi e si addormentò così, di colpo, come non gli capitava da una decina d’anni ormai. Eppure fece un sogno, di questo se ne sarebbe ricordato più tardi, in un’altra occasione, e si sarebbe chiesto se quel sogno avesse veramente voluto dire qualcosa. Era molto confuso, uno di quei sogni indefinibili in cui l’inconscio si fonde con la mente razionale producendo alchimie di cui non si è pienamente responsabili, ma nelle quali si possono trovare influssi profondi e nascosti della propria personalità. Si trovava su una strada di città, di notte, tornando dal mare verso l’interno. Era un sabato sera estivo, lui aveva sedici anni ed era con i suoi amici. Ricordava ancora quella serata, anche se non era stata niente di speciale e non risaltava tra le tante altre serate di quell’estate del 2001, l’estate che ricordava come quella in cui aveva provato emozioni forti e contrastanti come non ne avrebbe mai provate in futuro. La comitiva era sempre quella di solito, i suoi compagni di classe, quando ancora usciva con loro prima di trovare nuovi amici e abbandonarli. Riusciva a distinguere perfettamente solo due ragazze, Serena, che era stata il suo primo vero amore, e Antonella, che aveva creduto essere una sua grande amica prima di capire la verità. Gli altri volti erano confusi nell’ombra, e la scena era simile alla fine di Full Metal Jacket, con tutti i soldati che marciano nella notte cantando Viva Topolin. Salutava Antonella, ma lei distoglieva lo sguardo come se fosse infastidita e, all’improvviso, si esibiva in una camminata sulle mani. Ad un tratto Serena si avvicinava a lui, lo abbracciava e gli diceva che ormai lo avrebbe seguito, sarebbe andata con lui. E lui le rispondeva che stava aspettando solo lei, che lui l’avrebbe presa con sé anche subito. Lei si staccava dall’abbraccio e, piangendo, correva via. Il sogno continuava, ma da qui in poi, non riuscì a ricordarsi più niente di definito, se non una vaga impressione, come se nell’aria avesse sentito qualcosa che non andava, una leggera imperfezione. Si svegliò sentendo il rumore della serratura che girava, tutte le dieci mandate, fino allo scatto e alla lenta apertura della porta blindata, con uno spiraglio di luce crescente che lo raggiunse giusto in volto, costringendolo a coprirsi gli occhi con una mano. Guardando meglio, dopo che gli occhi si furono abituati alla vivida luce delle lampade al fosforo, molto più forte di quella grigia e spenta che si trovava nella stanza, riuscì a scorgere la sagoma di un uomo in tuta anticontaminazione che entrava nella stanza lentamente, passo dopo passo, e si avvicinava al letto. Intanto l’acqua defluiva dalla stanza, e ben presto rimase solo una pozzanghera di un paio di centimetri, che produceva un rumore leggermente spiacevole quando era smossa dai passi dell’uomo che avanzava. Non poteva essere già successo; no, se ne era parlato troppo, eppure nessuno era riuscito a capire il vero significato di quelle parole, e così dopo aver frainteso ogni inflessione delle voci che parlavano, ognuno era tornato alle proprie case chiedendosi se le decisioni che avevano preso li avrebbero portati verso un futuro migliore o, viceversa, in un abisso di tale profondità che non se ne sarebbe più potuta scorgere la sommità. Guardando meglio l’uomo che si avvicinava, si disse che no, davvero non poteva essere possibile. Del resto era un’opportunità che nessuno aveva creduto veramente possibile, anche se non si era potuto eliminare ogni sospetto, non si poteva ottenere una sicurezza assoluta.
Il secondo tempo non era ancora iniziato, ma gli spettatori stavano già uscendo dalla sala di proiezioni. Il film si era rivelato troppo scadente per i gusti di questi signori colti di mezza età, con le loro giacche e cravatte e i pantaloni dalla piega impeccabile e le scarpe di camoscio. Erano arrivati già disillusi, con pochissime speranze o con nessuna speranza del tutto, e la conclusione non li aveva lasciati affatto stupiti, se non per due o tre esemplari che si lasciavano ancora trasportare un po’ troppo lontano dalle emozioni. Gli altri avevano imparato a controllare fino al minimo battito il loro vecchio, stanco cuore, e non avrebbero mai detto una parola di troppo, o compiuto un gesto sconveniente, né di propria volontà, né costretti con la forza. Erano l’èlite del gruppo di programmatori, erano le cavie per i loro stessi esperimenti. Lavoravano ormai da anni, da decadi e forse da secoli insieme, avevano imparato a comprendersi senza bisogno di parole, e nelle loro riunioni si poteva distinguere il respiro di ognuno di loro. Erano arrivati a scoperte talmente avanzate che se fossero state diffuse avrebbero cancellato l’attuale società, in tutte le sue forme, riportando il pianeta all’anarchia; avevano scoperto il modo di viaggiare nel vuoto intergalattico in un tempo umanamente comprensibile. Tuttavia nessuno li conosceva, né tantomeno gli eserciti di manovali, di lavoratori specializzati, di dirigenti che avevano ai loro piedi. Essi stessi erano un mistero di non minore grandezza delle loro scoperte, agli occhi dell’umanità.
E il fiume scorreva lentamente, l’acqua leggermente increspata per la brezza primaverile che formava ogni tanto piccoli mulinelli a causa dello scontro con la più fredda corrente sottostante. Era molto largo, qualche centinaio di metri, e il ponte più vicino si trovava a molti chilometri più a monte, e il delta con le sue secche era ancora più lontano. Era profondo, ma solo nella parte centrale, così che per tutta l’estate le madri del luogo portavano i loro figli, e tenerli d’occhio non risultava molto difficile. Per quanto si sa non vi era morto mai nessuno. Più a valle, il fiume si voltava bruscamente verso destra, e nell’ansa si veniva a formare un piccolo lago sempre coperto da erbe paludose e abitato da ogni specie di insetti e rettili: lì gli uomini erano soliti andare a caccia di serpenti, per poi tornare a casa e mostrare alle loro donne e ai bambini le pelli di quegli animali tanto temuti, e poi cuocerne il corpo, che era ritenuto molto nutriente e salutare. Il villaggio si trovava a metà strada tra il laghetto e la zona balneare del fiume, a poche miglia dalla costa, e raggiungere il fiume era quindi soltanto una piacevole passeggiata, che percorrevano le coppie di giovani innamorati di nascosto dai genitori le sere autunnali e primaverili, quando si era lontani sia dai rigori invernali che dall’arsura estiva. Era un villaggio non molto grande, non molto ricco né veramente particolare sotto un punto di vista storico, o artistico, o che dir si voglia. Ma pochi avrebbero esitato a non definirlo un villaggio felice. Non si vedevano eserciti ormai da decenni, e anche le tracce che aveva lasciato la grande epidemia di mezzo secolo fa ormai erano scomparse. Non si vedevano neppure molti vagabondi, né fraticelli, e solo ogni tanto apparivano degli strani personaggi, che per lo più andavano a trovare il parrocchiano nella sua casa sulla piazza principale, di fronte alla chiesa, gli chiedevano l’autorizzazione per rovistare negli archivi, e in genere ripartivano dopo breve tempo, delusi dai risultati delle loro ricerche.
Come il fiume così scorreva anche la vita del villaggio. I cinque frati che costituivano la guida spirituale degli abitanti si svegliavano sempre
e riteneva di essere felice, che alla fine non stesse affatto andando così male come gli pareva la sera prima e anzi, a ben pensarci, stava con una ragazza che gli aveva detto di amarlo e con cui forse avrebbe potuto avere il suo primo rapporto sessuale, aveva i suoi amici che lo volevano sempre altrettanto bene, aveva i suoi genitori che in questo periodo non erano affatto insopportabili e gli erogavano una discreta quantità di denaro, suonava la chitarra quasi discretamente ed era addirittura in un gruppo, con un altro chitarrista e una cantante e una bassista per non parlare del tanto ricercato batterista, o mio Dio, quale dono piovuto dal cielo. Non c’era nessun motivo per sentirsi male, depresso o che dir si voglia.. Erano altri i tempi in cui anche quando si svegliava il mondo gli sembrava scuro come la notte, anche in piena estate, e pensava che avrebbe fatto bene a richiudere gli occhi e a non riaprirli mai più. Altri tempi, altra merda; la merda in cui si trovava adesso era di tutto un altro genere e, a fare paragoni tra le merde, questa gli sembrava migliore, diciamo più accettabile. Vero che in quei giorni del passato ogni tanto gli sembrava di toccare il cielo con un dito, scusate la metafora, ma anche ora gli capitava qualche volta, e anche se non era proprio la stessa emozione beh.. era qualcosa di simile. Si chiedeva perché la sera prima non aveva più sentito il profumo dei suoi capelli nel casco che gli aveva prestato e se questo si dovesse intendere come un cattivo segno o no.. non che poi credesse nei fenomeni paranormali o nell’oroscopo o in tutte quelle stronzate da medium delle reti televisive più scadenti; però da due settimane non mancava di girare sempre la prima sigaretta di ogni nuovo pacchetto (e ormai erano quasi due pacchetti da 20 al giorno, non aveva fumato mai così tanto, ma del resto forse non aveva mai nemmeno avuto tanti soldi nel portafogli) ed esprimere un desiderio, così poi quando la fumi si avvera. Gliel’aveva insegnato un ragazzo di 22 anni che aveva conosciuto in vacanza e in effetti i desideri si avveravano, forse non proprio nella forma in cui erano stati espressi, ma comunque in generale si. Intanto mentre si svegliava e pensava di essere felice c’erano due preoccupazioni nella sua mente, una piuttosto superficiale, l’altra che nel corso della giornata avrebbe raggiunto proporzioni enormi e grottesche. La prima riguardava il suo terrore dell’eventuale performance sul letto di camera sua, quando la sua ragazza sarebbe tornata; sarebbe stata la sua prima volta ma non la prima della ragazza, e questo non poteva non spaventarlo, dato che era convinto che sarebbe venuto nei primi 3 secondi di rapporto.. Ma questa era uno scherzetto, alla fine lei sicuramente non si aspettava qualcosa di eccezionale e se davvero lo amava come diceva allora avrebbe capito, ci avrebbero magari scherzato un po’ su, e la seconda volta sarebbe andata meglio e la terza meglio ancora. Il problema grosso, quello veramente grande, erano i momenti in cui stavano in silenzio mentre parlavano al telefono, lui e lei, perché lui conosceva alcuni dei suoi ex, e Dio, non si ritrovava in nessuno di loro… Ecco, non aveva il dono della parola facile, e perciò era convinto che lei si annoiasse sinceramente in sua compagnia. Non riusciva a liberarsi della paura del fatto che lei stesse con lui solo per tentare di dimenticare Osvaldo, o Ezio, o Giovanni, o Dio chi sa chi, forse pure quel coglione di Stefano.. e se lei avesse baciato qualcun altro mentre lui era in vacanza, e se lei fosse stata se pure un solo minuto con il suo ex, e se, e se, e se. Ci metteva tutto il possibile per crederle, e come gli riusciva facile mentre la baciava, e come gli riusciva difficile quando la vedeva allontanarsi con un ragazzo per parlare oppure ora che era lontana, a casa dei parenti in un paese sperduto nelle Marche, mentre lui apriva gli occhi assonnati nel suo letto e calcolava le ore che mancavano prima che potesse rivederla, sfiorarle i capelli, guardare nei suoi occhi, sentire la sua pelle sotto le mani… prima che potesse arrivare sul motorino sotto casa sua ed aspettarla e vederla scendere e dirle Tesò quanto mi sei mancata e poi stringerla al petto e baciarla ad un gradino di distanza, perché non che fosse molto alta mentre lui superava il metro e ottanta di statura, e se la giornata gli fosse uscita buona semmai dirle una battuta e farla ridere, cosa di cui a quanto pare non aveva nessun ricordo, anche se l’aveva sentita ridere in più occasioni e il suono gli aveva fatto vibrare d’amore il corpo… prima che potesse chiederle se preferiva scendere con gli altri (quali altri poi… la comitiva ormai non esisteva quasi più) o andare a casa sua che sarebbe stata, ma guarda, provvidenzialmente vuota almeno fino a mezzanotte a vedere un film a sua scelta, mangiare una pizza, bere un po’ di birra e un po’ di Sheridan’s comprato apposta per lei e poi magari suonare qualcosa dei Cranberries e sentirla cantare con quella voce… quella voce che ormai amava più di se stesso.. e poi forse stendersi sul letto e toglierle la maglietta, il reggiseno, i pantaloni, probabilmente un paio di quei soliti pantaloni a zampa d’elefante che portava sempre e che Dio come gli stavano bene, le mutandine.. Forse però era il caso di smetterla di sognare ad occhi aperti se veramente voleva farcela a scrollarsi di dosso le coperte, scendere dal letto e dirigersi a fatica in cucina dove avrebbe trovato ad aspettarlo una meravigliosa tazza di latte e con un po’ di buona fortuna un pacco ancora da aprire dei suoi biscotti da colazione preferiti. Poi, come in gran parte delle giornate di quell’estate del 2002 sarebbe andato a sedersi davanti al suo amato computer, la chitarra in mano, e avrebbe cominciato a suonare, a sentire un po’ di musica e a perdere le ore giocando sul suo cellulare, che oh no, era scarico, e aveva lasciato il caricatore nell’albergo dov’era stato per due giorni a trovare sua madre, e se la ragazza di un suo amico che abitava nel palazzo a fianco del suo non gliene avesse prestato uno non avrebbe potuto nemmeno più fare uno squillo al suo amore lontano né mandarle un messaggio e avrebbe dovuto finire col chiamarla, e sentire di nuovo quei silenzi imbarazzati quando non aveva più niente da dire e doveva inventare qualcosa tipo Ale? o Mi senti?, per poi finire con un bellissimo Ciao, ti amo o ancora meglio Ciao, ti amo da impazzire, attaccare la cornetta e rimanere sul divano a fissarla per venti minuti prima di svegliarsi e dire Beh forse se sta ancora con me, e ormai sono addirittura due settimane, cazzo che storia lunga, ci sarà pure un motivo; non può stare con me solo per dimenticare qualcuno; merda non può pigliarmi per il culo; non anche lei, no lei no, lei proprio no, l’unica ragazza a cui aveva detto Ti amo dopo l’estate scorsa, dopo che per sentirsi dire quelle due parole da un’altra ragazza avrebbe fatto di tutto, compreso strappare il cuore a sua madre o tagliarsi le vene dei polsi, l’unica ragazza perché queste parole non le aveva dette nemmeno alle altre due ragazze che aveva avuto nella sua vita (tre è un numero molto bello, ma è SETTE il numero perfetto? O forse anche qualcosa in più non c’è male, tipo quarantanove…), perché aveva capito che c’era qualcosa di strano, qualcosa di particolare, qualcosa a cui stare attento nascosto in quelle cinque lettere… Non era più il ragazzo che confondeva l’attrazione con l’amore, no per lei era sicuro di provare un sentimento forte, molto forte, meraviglioso; e la cosa peggiore era veramente pensare che lei non stesse bene con lui, o che usasse quelle parole solo per trarlo in inganno… No, avrebbe deciso che non era possibile e magari sarebbe andato davanti al pianoforte a suonare la solita Fantasia di Mozart e magari qualche valzer di Strauss e qualche altro pezzo, tanto non sarebbe cambiato niente, gli uscivano tutti malissimo. Anzi, meglio ancora di suonare, sarebbe andato in bagno, e seduto sulla tazza si sarebbe fumato l’ennesima sigaretta, aspettando di arrivare alla sigaretta del desiderio perché così sarebbe stato sicuro che tutto sarebbe andato per il meglio, dannazione, per il fottutissimo meglio che ci può essere nel mondo. Si certo, del resto la vita andava sempre per il meglio; Dio chiude una porta, ma apre un portone.
due ore prima dell’alba, per poter lodare il Signore ancora prima di vedere la sua luce sorgere nel cielo, e dimostrare con ques’atto la loro profonda fede nella sua onnipotenza e misericordia, perché è solo Egli, uno e trino, a donare luce al mondo e alle anime degli uomini e che accoglie i giusti nel suo Paradiso. Svolgevano la loro funzione nelle tremolanti luci della chiesa del villaggio, ancora chiusa ai laici, che venivano spente subito prima dell’alba, come simbolo di umiliazione di fronte alla grande candela accesa dal Signore per guidare gli uomini durante il giorno, e subito dopo il canto dei Salmi si dedicavano alle loro occupazioni giornaliere: Avrebbero voluto essere di più, ma sapevano che la loro chiesa non sarebbe mai stata una grande abbazia come quella dei monaci benedettini a St. Mère, o una sede vescovile come Augmont, e dovevano accontentarsi di essere soltanto cinque, la guida spirituale dei trecento abitanti del villaggio fortificato di La Meillard. Amavano definirlo villaggio fortificato anche se della vecchia cinta muraria rimanevano solo alcuni bastioni a nord e a ovest, ma del reso nessuno poteva ricordare l’assedio in cui quel paesino venne espugnato, oltre trecento anni fa, da un signorotto inglese con ambizioni francesi che aveva assemblato un suo piccolo esercito privato, ottenuto una discreta serie di successi, ed era stato sconfitto e infine appeso ad una forca dal Delfino di Francia. I frati quindi vivevano tranquillamente e vivevano del loro solo lavoro, senza chiedere elemosine ma dandone anzi, quando riuscivano a vendere qualche prodotto della loro cucina o della falegnameria. Essendo pochi, lavoravano molto, ed erano abili in vaste aree dell’attività umana. Il più vecchio fra di loro, quasi settantenne, era il sarto e confezionava degli splendidi sai, senza nessun ornamento altezzoso o volgare se non una croce in fil di rame intessuta sul retro degli indumenti. Un altro era l’erborista, il botanico e anche il cuoco, e quando era festa preparava il cibo per tutti i cittadini e nessuno ne fu mai scontento. Il terzo fin da piccolo si era dedicato all’arte della falegnameria, e col tempo aveva appreso anche quella del fabbro, e possedeva la sua piccola fucina dove insegnava a due giovani i misteri della tempra del ferro. Il quarto era copista, teneva in perfetto stato la piccola biblioteca della chiesa e gli archivi comunali, ed ogni tanto eseguiva delicatissime miniature sui marginalia dei volumi più preziosi. Il quinto, il parrocchiano, era l’unico che viveva fuori dalle mura del minuscolo convento annesso alla chiesa, ed era definito come il sindaco del villaggio, gestiva le entrate e le uscite e aveva permesso ad ogni suo cittadino di mantenere un tenore di vita sempre oltre il livello di sussistenza. Si, si poteva ben dire che La Meillard fosse un villaggio felice. Dopo aver avviato le attività giornaliere, i frati aprivano le porte della chiesa e davano fiato alle campane, chiamando a raccolta i fedeli, almeno quelli non malati o invalidi, per le Lodi. Alcuni giorni le campane suonavano a festa, altre a lutto, ma per la maggior parte dell’anno la melodia era sempre la stessa, quella di un vecchio canto gregoriano dimenticato da tutti. Dopo le Lodi, la vita continuava a scorrere come il fiume, in una sola direzione, e cioè attraverso Terza e Nona e Vespro al calare delle ombre fino a Compieta nel cuore della notte, e di nuovo fino al mattino, in un circolo senza fine e senza inizio, con personaggi che cambiavano a seconda della lunghezza della vita di chi li precedeva. E così, dopo la solita giornata di lavoro e preghiera, i frati si preparavano per andare nelle loro celle e
come sempre rimaneva ore ed ore sveglio, a scrivere storie davanti al computer, scrive sempre meglio di sera, o forse qualche pagina di diario… il diario è sempre stato un suo sogno, un meraviglioso diario dove giorno per giorno avrebbe potuto leggere la sua vita, i suoi pensieri, le sue emozioni, quando sarebbe passato troppo tempo perché bastasse il ricordo; eppure non è mai riuscito a tenerne uno… questo, quello più recente, contiene 12 annotazioni nell’arco temporale di un anno, e molte di queste non parlano degli avvenimenti più importanti, come il fatto che ora finalmente è fidanzato… poi ogni tanto si alzava ed andava in bagno, a fumarsi la solita sigaretta che non può fumare in camera altrimenti la madre lo rimprovera… ma ora c’è qualcosa di nuovo… questa mattina è uscito con la sua ragazza, è andato a prenderla sotto casa sua, l’ha aspettata ansioso, ansioso di baciarla, perché non gli basta mai l’odore dei suoi capelli, il profumo della sua pelle, il sapore della sua bocca… l’aspetta e lei scende e lui la bacia e poi vanno a bersi il solito caffè nel solito bar e lì dopo la solita chiacchierata le cose cominciano a precipitare e oh Dio ma guarda un po’ una cosa nuova, mai successa prima…! Lei lo lascia chi lo avrebbe mai immaginato? Del resto la sera prima… lei gli aveva fatto promettere che “se un giorno disgraziatamente volesse Dio ci lasciassimo il nostro rapporto rimarrebbe lo stesso…! eh beh c’era da aspettarselo e infatti lui se lo aspettava oh cazzo in effetti non se lo aspettava proprio… e non avrebbe saputo cosa fare se non gli fosse capitata la giornata fortunata, perché aveva sempre avuto fiducia nell’amicizia, un sentimento che in un certo modo è più forte dell’amore, e si era ritrovato per caso tutta la giornata in compagnia di amici, a pranzo di uno dei suoi più cari compagni di classe, poi nel pomeriggio a provare col suo gruppo, e di sera sempre con loro a mangiare una pizza nel solito locale cafardo, che guarda un po’ si chiama Cafaro, per spendere poco, e alla fine fino all’una a casa dell’altro chitarrista del gruppo a sclerare e a registrare una canzone dopo l’altra, lui alla chitarra e il suo amico la voce… e poi si ritrova a casa sua, in camera, a chattare, e poi a registrare una canzone dopo l’altra, a sentirle e a rimanere disgustato dalle stonature che gli escono, che non sono poche… si ritrova con una bottiglia di Falanghina in camera, ed un pacchetto di Marlboro rosse da 20 ancora ad un buon livello, e mentre sta scrivendo le sue solite storie davanti al computer e il tempo passa quasi senza che se ne renda conto e dall’ultima visita di sua madre è passata ben di un’ora lui ormai è totalmente da fuori e solo vendendo l’orologio del computer si rende conto che sono le 5 di mattina e lui domani dovrà svegliarsi massimo alle 10, dato che si deve trovare a casa di Piero per registrare le canzoni con due chitarre… Beh del resto, alla fine qualunque cosa succeda, anche se perderà la visita a Piero, anche se perderà il concerto al Summer sport show, anche se perderà la vita, tutto questo non conta più di tanto, perché questa mattina, senza nessun preavviso, ha perso la cosa più importante della sua vita, l’unica persona che non avrebbe potuto, dovuto tradirlo, no lei no, lei proprio no, non lei che gli aveva detto ti amo, non lei che era stata l’unica tra le sue ragazze a dirgli ti amo, no lei non doveva essere… o almeno non così, non perché voleva bene ad un altro, non perché voleva bene ad uno dei suoi più cari amici, come se poi lui non sapesse che tutto sarebbe andato per il peggio, perché il caro vecchio Murphy ci aveva azzeccato davvero quando aveva declamato la sua legge, ed ogni cosa che sarebbe potuta andare male lo avrebbe fatto, e quindi era solo questione di giorni, se non fosse capitato in quel poco tempo fra quando lui sarebbe tornato da Catania e lei da Gallipoli, sarebbe successo tutto a fine Agosto, e allora beh forse sarebbe passato abbastanza tempo e lui l’avrebbe addirittura dimenticata, o
forse invece non sarebbe più riuscito a parlarle… Ma del resto è inutile disperarsi, in camera sua c’è sempre quella bottiglia di vino, ancora a metà, e non sarebbe affatto una cattiva idea finirla e poi buttarla dalla finestra, sperando di beccare un passante… ed ogni notte alla fine è la stessa cosa… perché tre sere dopo è di nuovo a casa, sul terrazzo, e fuma una sigaretta dopo l’altra e beve una birra dopo l’altra su una sedia a sdraio, e guarda la luna e pensa ad una ragazza molto, troppo lontana, e spera che quando tornerà in camera troverà un messaggio non letto sul cellulare, anche qualcosa del genere Ciao come va? Perché sarebbe come sentire la sua voce, come sentire che nonostante tutto ogni tanto lei lo pensa, come sentire che in fondo non è stata con lui solo per perdere tempo… ma quando scende trova il suo cellulare assolutamente come l’ha lasciato, nemmeno uno squillo, niente di nuovo, e allora ricomincia a registrare canzoni e a bere vino, ma questa volta non ce la fa, stasera ha già bevuto troppo ed è abbastanza sobrio da non voler andare oltre, non vuole vomitare e cadere a terra… ora si prepara, mette la sua playlist preferita, qualche canzone dei Radiohead e di Lene Marlin e una dei Coldplay, si mette nel letto, chiude la luce e gli occhi, si prepara a dormire, ma prima del sonno sente più di venti canzoni, sempre le stesse, a ripetizione, finché non si addormenta, e ogni emozione lo abbandona, ed è perso nel nulla, in un nulla dolce come nessun’altra cosa al mondo, in un nulla dove niente ha senso, dove la sofferenza non è che un piacere un po’ diverso e il piacere una strana forma di dolore, dove non c’è bisogno di occhi per vedere né di orecchie per sentire, dove ogni istante si cristallizza e dura per l’eternità, dove nulla ha mai fine e dove niente ha mai inizio..
Il sogno è uno di quei sogni della mattina, quando ti svegli e poi ti riaddormenti, quelli più intricati e confusi... praticamente è sera e sono usciti insieme, e la comitiva è composta da lui, Luigi, Raffaela, Osvaldo, Jessica, Aletta e una certa Claudia, cioè una sconosciuta totale. Ora lui è convinto che c’è stato con questa, ma non riesce a ricordarsi quando… però verso la fine della serata, quando sono rimasti solo loro, prende e la bacia, lei si mette i capelli dietro una spalle e gli dice Beh allora possiamo decidere che questa sia una cosa importante o solo una storia, ma niente vie di mezzo, tu che vuoi? E lui risponde, ovviamente, la prima cosa che hai detto e poi ci si divertono un po’ sopra finchè diventa tardi e lui si deve ritirare però prima vuole salutare Luigi e allora cominciano a cercarlo per il porto senza trovarlo finché non lo vedono con tutti gli altri in una specie di autobus e entrano entro dalla finestra… lui comincia a parlare con Luigi e rimane sconvolto quando vede Osvaldo dare un bacio passionale a Raffaela… poi alla fine escono perché anche per Claudia si è fatto tardi e vuole accompagnare la sua nuova (nuova poi??) ragazza a casa… ed eccolo che si ritrova sua una specie di barca a navigare in un porto enorme, infinito, vede una nave alta almeno duecento piani con piscine, aeroporti ecc, poi scendono in uno strano sistema di chiuse e sono su un pattino galleggiante e ci mettono le ore per parcheggiarlo nel molo, poi si avviano verso l’albergo dove lui incontra la madre di un suo caro amico d’infanzia che gli spiega come prevedere l’arrivo della pioggia, e gli suggerisce di togliersi la tunica di terracotta quando piove, dato che poi si bagna e diventa appiccicosa e sporca… Alla fine si ritrova in camera sua, la 402, che ha il bagno in comune con quella di quel suo caro amico e dei suoi…
Mentre entra nella vecchia casa di Neibolt Street, si sente un ragazzo avventuroso. Non aveva mai pensato di avere il coraggio di far una cosa del genere. La casa si erge al centro di un piccolo giardino, abbandonato da secoli per quanto sembra, con pochi fiori selvatici e un albero di arance che lotta ancora per sopravvivere. E’ un edificio di tre piani, in legno, con una veranda all’ingresso che un tempo doveva aver ospitato felici famiglie che prendevano il tè alle 5 e si ritrovavano per conversare nelle sere d’estate, mentre ora le finte colonne corinzie sono quasi tutte crollate a terra e il pavimento è marcio ed infestato da ratti e insetti di ogni genere. I vetri delle finestre sono infranti, i muri dipinti o scritti dai vari vagabondi di passaggio, la porta d’entrata è divelta dai cardini. Ora è sera, e solo una persona veramnte coraggiosa potrebbe entrare in questa dimora decaduta; e Jason è, o almeno si ritiene coraggioso. Oltrepassa lentamente l’ingresso, e respira un’odore di vecchio e di muffa che gli sconvolge lo stomaco e gli provoca qualche conato di vomito, prontamente represso. L’ingresso è totalmente devastato; il pavimento è coperto di vetri e polvere e tracce di qualcosa che potrebbe essere tanto terra quanto sangue seccato da molto tempo, i mobili sono distrutti e in un angolo c’è quello che forse era stato un televisore, ora ridotto a un groviglio di circuiti e altro materiale elettronico. Jason si dirige decisamente verso destra, dove secondo i racconti dei suoi amici dovrebbe trovarsi la cucina. E’ ora che il pavimento crolla sotto i suoi piedi, e Jason comincia a cadere.